set 7 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER SIX

Teuz

Con il passare dei mesi e man mano che cominciavamo a conoscerci meglio tra noi della classe venivano a delinearsi i primi gruppetti, le prime simpatie, le prime antipatie e rivalità. Ed anche Perozzi potè godere di un rapporto privilegiato con un nostro compagno, tal Merdante, che divenne la sua nemesi più acerrima, un esclusivo compagno di odio. Il tutto facilmente spiegabile in quanto, dopo il Peroz o forse al suo pari, Merdante era lo zimbello della classe, seppure appartenente ad una categoria differente. Questi era infatti un ciccione maleodorante, brutto in maniera evidente, grezzo a tal punto da poter creare neologismi a piacimento, stupido come un uomo che entra in un caffè, era il classico inetto da macello. Chiaramente cattivo. Cattivo per via delle prese in giro che da sempre aveva subito, ma anche per una qualche strana sostanza che gli scorreva nelle vene, così da non pensare ad altro che rompere le palle al nostro, in maniera eccessivamente spregevole. E affermo questo pensando a, che so, le pisciate sulle ruote del motorino del Peroz o i furti dei giocattoli del fratellino che lui portava in classe sempre per risultare simptico per non so quale dinamica comica, scherzi che gli facevano gli altri ragazzi e a cui ho assistito, ma che definirei quasi innocenti. No, Merdante andava oltre, Merdante cercava di emergere nella considerazione che la classe in genere nutriva nei suoi riguardi umiliando Perozzi, con mezzi da guantanamo o giù di lì, torture psicologiche più che fisiche, in quanto il Peroz era l’unica persona con la quale potesse sperare di rifarsi per le angherie subite. Merdante, un ragazzo così idiota da essere convinto che la famosa opera latina si intitolasse “The Rerum Natura” o da presentarsi di fronte alle ragazze con una scatoletta di profumo che gli usciva dalla patta e piena del suo pene duro, dicendo “chi vuole uno spruzzo”; ebbene, questo individuo patologicamente arretrato, in certi momenti riusciva ad essere lucido e calcolatore come mai in altre occasioni.
Per esempio, durante una lezione, mi pare fosse il secondo o terzo anno, il Merdo richiamò bisbigliando l’attenzione del Peroz e gli mostrò un disegno da lui appena fatto sulle pagine del diario. Al che Perozzi, passati due secondi buoni a mirare l’opera artistica, si alzò di scatto in piedi, raggiunse velocemente il compagno e, mentre la prof stava ancora di spalle a spiegare alla lavagna, cominciò a tempestarlo di pugni in testa dando vita a suoni tribali che per qualche istante ci portarono con la mente all’ Africa. Ovviamente la scena scatenò ilarità, tifo e scommesse, fino a che l’insegnante non corse a dividerli ansimando e tremando per la foga dei colpi che cercava anch’essa di schivare. Arrivò persino ad evidenziare l’insanità mentale del Peroz, incrementando risate crudeli e posti da poltroncina all’inferno. Nessuno si chiese quale potesse essere stata, in concreto, la causa scatenante; solo dopo lo venimmo a sapere. Premessa: non so né come né perchè, ma avevano cominciato a circolare diverse voci tra noi della classe su come la storia tra i genitori del Peroz fosse giunta all’inevitabile quanto triste conclusione (qualche professore che sapeva, o qualche genitore, l’aveva detto al figlio che l’aveva confidato all’ amico, che l’aveva diffuso tra la moltitudine). Si narrava che l’evento che sancì la fine del loro matrimonio venne a realizzarsi una sera, o forse un pomeriggio, esattamente quando la madre del Peroz tornò a casa e trovò a letto suo marito con un’altra, presumibilmente colti nell’ atto del fottere.
Ecco, esaurita la premessa, ora si può capire di più la rabbia di Perozzi nel vedere, raffigurata su fogli a quadretti, la morte della sua infanzia. Merdante aveva disegnato una donna, che mentre guarda due omini da crash test che trombano, urla piangendo : “PEROZZI!!!”.
Ora, sinceramente, voi come avreste reagito??


lug 23 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER FIVE

Teuz

Va detto che il Peroz stava attraversando un periodo veramente brutto, pesante, un momento difficile, il divorzio era fresco e di sicuro le scorie che portava con sé si facevano ancora sentire. In più la sua natura “eclettica” non passava certo inosservata tra i ragazzi della classe, incoraggiando così momenti di ilarità, diciamo prese per il culo non sempre leggere, quasi mai divertenti. Per il Peroz.
I ragazzini sanno essere crudeli, se si unisce tutto ciò anche alla claustrofobica esperienza dell’aula scolastica, beh, allora non ci si dovrebbe stupire che qualche volta si potesse trascendere e passare a dei confronti più fisici. Ecco, il Peroz era il catalizzatore di questi confronti fisici, questo prendersi a mazzate, molte volte senza volerlo, altre volte, invece, promuovendo egli stesso tale attività.
Ricordo una volta, fuori della palestra, in cui alcuni ragazzi cominciarono a turno a sballottarlo con delle piccole spallate, uno dopo l’altro, niente di doloroso per carità, ma sicuramente molto fastidioso; eppure il Peroz non reagiva, quasi accettava di buon grado l’esercizio ginnico, quindi i ragazzi continuarono allegramente a sbatacchiarlo fino a che, finalmente,  la loro voglia cominciò a scemare e così come avevano cominciato, uno dopo l’altro, smisero di sballonzolare il giovane. Prima erano quattro, eh eh eh eh, poi tre, eh eh eh, poi due, eh eh, poi CIOCK!!
Come un felino africano il Peroz attese il momento giusto per colpire, aspettò che a ronzargli intorno fosse solo un nazista e mentre questi andava di spalla ridendo a occhi chiusi per colpirlo, un pregevole colpo d’incontro a pugno serrato finì proprio sulla sua mascella creando un effetto sonoro da film di Bud Spencer e Terence Hill, CIOCK!!
Calò un profondo silenzio, tutti erano fermi e ammutoliti dalla scena, il Peroz aveva ancora il braccio teso e le dita contratte, la guancia del malcapitato paffutello ancora si muoveva con effetto gelatina. Foto da annuario scolastico.
Cio che faceva tenerezza era anche la miriade di tentativi di risultare simpatico agli altri, tentativi impacciati e surreali, come quando consegnava il compito in classe di matematica al professore e, uscendo per fare ricreazione, faceva scoppiare la bustina contenente la merendina esclamando “champagne!”. Il prof rideva sempre a queste scenette, ma quello che il Peroz non capì mai è che non appena lui usciva dall’ aula tutto soddisfatto per la trovata dello champagne, una penna rossa volava sul suo compito per scrivere un 4 e ½ automatico.


mag 2 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER FOUR

Teuz

E così la scuola media passò, per lui e per me. Non pensavo che lo avrei rivisto mai più, o meglio, non pensavo all’eventualità di vederlo o meno in futuro, non pensavo certo a Perozzi. Fu l’ evidenza delle immagini a farmi ritornare in mente il Peroz, in tutta la sua bislacca capacità di sorprendere ed inorridire. Primo giorno di liceo, ero nel cortile della scuola aspettando nervosissimo come tutti i primini che suonasse la campanella per entrare in classe, e fare così la conoscenza di coloro che avrebbero accompagnato i prossimi cinque anni della mia vita. Ed eccolo! Ecco sfrecciare il Peroz per tutto il cortile e sparire dietro l’edificio..possibile? Un’allucinazione? No, eccolo che ritorna correndo verso la direzione opposta e, di nuovo, sparisce dietro ad un altro edificio. Non c’era una reale motivazione. Correva, correva come un idiota, senza neanche mostrare la simpatia di un Forrest Gump qualsiasi, lui correva. Per ingannare l’attesa. Lui correva.
Incredibile, pensai dentro di me.
Beh, il momento giunse, la campanella suonò, raccolsi il mio zaino e mi avviai verso l’aula, con l’ incedere mesto ed emozionato di un pulcino. Mi fece piacere, meglio, diciamo che mi incoraggiò vedere che anche gli altri ragazzetti che uno dopo l’altro entravano non mostravano alcuna spavalderia, anzi si muovevano nel silenzio assoluto. E così, come dei prigionieri ormai svuotati di ogni istinto di ribellione, ci disperdemmo tra i banchi con passi lenti e strascicati, senza emettere un fiato. Eccoci qui, tutti seduti, tutti composti, in attesa che entri qualche profesore e ci dica cosa dobbiamo dire o pensare, ce ne stiamo così, guardando timidamente in giro evitandoci a vicenda gli sguardi. Improvvisamente da una fessura sul muro scivolò in questo silenzio d’attesa  un sinuoso e gioviale Peroz, zaino in spalla e goleador alla coca cola tra i denti. “Posso sedermi qui?” chiese rompendo la delicatissima costruzione invisibile che ci ammutoliva; il ragazzo davanti a Perozzi fece cenno di sì e lo fece sedere. Realizzai che anche il Peroz sarebbe stato una di quelle persone che avrebbero accompagnato il mio percorso futuro.
Una lacrima di sudore mi ghiacchiò la schiena.
E non potevo neanche immaginare la mole di aneddoti che questa circostanza avrebbe prodotto. Peraltro non dovetti neanche aspettare tanto per poter assistere ad un esempio; già il secondo giorno di scuola, infatti, il Peroz diede un indizio sulle mille sorprese che ci avrebbe riservato in futuro e di cui sarebbe stato indiscusso protagonista. Stavo andando a scuola scendendo per una stradina insieme a due miei compagni quando lo vedemmo poco davanti a noi che camminava tutto solo borbottando qualcosa tra sé e sé.
Lo raggiungemmo, “Ehi, Perozzi! Ciao.”
“Uh..? Oh, ciao. Sapete, ho trovato un’idea geniale per rubare i soldi dal cestino delle offerte in chiesa! Basta che ricopra il fondo della mano di nastro adesivo e poi appoggiando la mano tiro su tutte le banconote! EH?? Eh! Eh! Eh!” ridacchiava teatralmente come un vecchietto.
“……Geniale.”
“Infatti, infatti…oh, però non la divulgate eh?”
“…no, tranquillo..”
Era una bella mattina, erano le otto e dieci ed era tutto normale.


mar 23 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER THREE

Teuz

Da che mi ricordi di quell’anno, terzo ed ultimo delle medie, ci sono alcune scene che posso estrapolare senza grande fatica, convinto che me le ricorderò fino alla morte.
Una di queste è ambientata all’uscita dello stadio di atletica in cui andavamo per fare educazione fisica, la mia classe e quella del Peroz insieme. Devo necessariamente premettere come il nostro fosse assolutamente refrattario ad ogni genere di sport, e quando scrivo refrattario non intendo incapace, ma abominevole o, se siete più tipi da referto medico, posso dire che vedere giocare il Peroz a pallavolo, calcetto, basket, bocce, volano, era come veder tentare di giocare un minorato psico-fisico affetto da un inguaribile morbo ancora sconosciuto in questo pianeta. Se gli arrivava una palla da volley, la respingeva allungandosi con le braccia per poi toccarla solo con la faccia, se doveva calciare una pallone si preparava rannicchiandosi su se stesso e poi alla fine lo colpiva con lo stinco senza mai, mai, mai, riuscire a dare una traiettoria lontanamente dritta. Potrei andare avanti a lungo, soprattutto col volano, ma ritorniamo all’aneddoto.
Finite le due ore di educazione fisica, abbiamo preso le nostre borse e ci siamo avviati a piedi verso la nostra scuola, distante circa 800 metri; era una splendida giornata di primavera inoltrata, un sole bello e lucido, assenza di vento ma non afa, un cielo terso e tanto piacere di stare all’aria aperta…quand’ecco che cominciano a sentirsi dei gridolini, dei versi asessuati, suoni poco comprensibili. Ricordo che ci girammo tuti quanti, incuriositi dall’origine di quel trambusto, e vedemmo questa scena: il Peroz ed una ragazza piuttosto robusta, quasi quasi obesa, si stavano menando. Sconvolgente. La ragazza stava vincendo. Sconvolgente!!! Il Peroz provava a sopraffarla con la tecnica dei calci sul culo e sui polpacci, ma inutilmente, in quanto non faceva che colpire le parti più grasse e quindi più protette, senza cagionare danno alcuno. Mentre lei invece, giù de schiaffoni, e ciaff, uno, calcetto inutile, ciaff un altro, calcio in culo, rimbalzo, ciaff! Il Peroz, rosso in viso per l’affanno e per gli schiaffoni, barcollava di fronte all’Ercole femminino ma non poteva certo cedere, soprattutto quando si accorse che noialtri facevamo da spettatori. Così decise di concentrare le sue energie in una sorta di colpo finale, prese una leggera rincorsa e gridando “kyaaayyy” a mo’ di Bruce Lee saltò producendo la controfigura di un calcio volante. Tralasciando la ridicola elevazione, il colpo non ebbe neanche un minimo risultato grazie all’inaspettata agilità della ragazza, la quale, dopo aver evitato il Peroz volante, gli piantò una mannaiata dritta e potente alla base del collo, ponendo fine allo scontro e decretando un netto vincitore ed una nettissima figura di merda. Dopodichè riprendemmo a camminare verso scuola.
Un’altra simpatica scena a cui assistii fu durante una partita a calcetto tra la mia classe e quella del Peroz; dette le mirabolanti capacità sportive del nostro, va aggiunta la specificazione del suo agonismo, che in linea generale può prescindere da un’abilità tecnica no?
No, nel suo caso, no. No perchè la sua sgraziata e avvilente coordinazione si traduceva in un agonismo spesso violento e molto lontano dal mostrare anche una flebile attinenza con il giuoco del calcio. Fatto sta che, ad un certo punto, un bel giorno, il Peroz decise di fermare un avversario in corsa verso la sua porta, così gli andò incontro (sempre correndo come un cartone animato) tese la gamba per intervenire e lo fermò. Semplice. Semplice come il volo che l’avversario fece sul cemento, quasi un tuffo, bello e dolorosissimo. Passarono circa cinque secondi di silenzio, tutti attoniti nel rielaborare il tackle appena visto, quello che in Sudamerica chiamano “El monco asesino”, traducibile in italiano come “La cianchetta handicappata”, semplicemente porre un arto inferiore tra le gambe di una persona che sta correndo con intenzioni prive di bontà. Il terribile errore di valutazione del Perozzo fu quello di non considerare a chi stava per commettere tentato omicidio, vale a dire, il ragazzetto più grosso, pompato e tosto della mia classe. Quest’ultimo, una volta riuscitosi ad alzare, diede un’occhiata al sangue che gli usciva dal ginocchio e poi si voltò verso il responsabile del fallo, rimanendo un istante immobile a fissarlo, dopodichè proruppe un acuto “ah pezzo de merdaa!!”; a passi lenti,ma inesorabili, il bestione si avvicinava sempre di più al Peroz, pronto a dargli la lezione della sua vita, una legnata di botte vendicative, quand’ecco che accadde ciò che salvò la vita di Perozzi Cerozzi: una puzza di merda improvvisa e dilagante.
Proprio come in un cartone animato, la paura costrinse il Peroz ad emettere scoregge che preannunciavano un’imminente cagata nelle mutande provocando l’ilarità generale nel campetto, tutti scoppiammo a ridere e miracolosamente il fetore irrorò magnanimità nell’animo del bestione ferito, che si limitò ad umiliare il Peroz invitandolo ingiuriosamente ad andare a pulirsi il deretano prima che ci ripensasse. Bye bye dignità, bentornata speranza di vita incolume.


mar 5 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER TWO

Teuz

In mezzo ad un mare di confusione familiare, cominciata purtroppo quando il Peroz era piccolo, egli riuscì comunque a trovare un’ancora a cui aggrapparsi, e dalla quale gettare in acqua ogni speranza di vita sociale. Quest’ancora era rappresentata da una scatola grigia, con tanti fili e collegata ad un’altra scatolona rettangolare, vale a dire ciò che molti uomini d’oggi chiamano computer. Il computer surrogava a certe figure che spesso venivano a mancare; faceva da padre con i propri insegnamenti e istruzioni, faceva da madre severa con tutti i suoi error.exe, faceva da amico con cui giocare ciberneticamente e, nelle notte ventose e buie, faceva da donna.
Insomma, a partire dagli ultimi anni delle elmentari il buon Peroz sapeva che, tornato a casa da scuola, avrebbe sì trovato aria tesa, del cibo un po’ stracotto, angoscia pruriginosa, certo, ma anche un favoloso rifugio radioattivo! E via, ecco che gli anni passano, l’eccesso di sensibilità che ha sempre impregnato la sua vita comincia a trovare dei palliativi grazie ad un mondo di insensibile silicio tutto da scoprire. Smesso il grembiule azzurrognolo, il Peroz viene gettato nella mischia delle scuole medie così come un gladiatore veniva spinto ad affrontare belve feroci ed altri malcapitati nella roma antica. Paragone azzardato? Mah, di certo il Peroz, come quegli splendidi e marmorei guerrieri da circo, capì presto che poteva contare solo su una cosa per sopravvivere: la violenza.
A casa tiravano storie sempre più pese, e a scuola l’infanticida crudeltà degli altri bambini non poteva che alimentare il suo lato oscuro, così come il tanto rispettato Darth Vader, prigioniero di un mondo non voluto da lui. Fu alla fine del secondo anno che successe lo storico patatrac. I suoi si separarono e, com’è ovvio anche per voi che non avete vissuto questa storia, non fu una separazione placida e matura; fu anzi una tortura logorante e stressante oltre ogni misura, sebbene in tutto quel magma merdaceo il Peroz potesse comunque individuare un bocciolo di speranza, la speranza che finalmente a casa si potesse tornare ad assaporare del silenzio non condito da pianti sommessi e non richiesti. Suo padre se ne andò, mentre lui, i fratelli e la madre se ne andarono a vivere in casa di sua nonna. Fu proprio in questo periodo che conobbi il Peroz, nel momento in cui la sua pazzia aveva raggiunto il suo massimo splendore, aquilone nel cielo soleggiato, fetore da gatto spappolato sul selciato. Non conoscevo il suo nome, sapevo solo, così come tutti quelli che non facevano parte della sua classe, il cognome. Un cognome che chiamava prese in giro da subito, basti pensare che era un cognome doppio, ma qui bisogna fare attenzione perchè si va pattinando nel ghiacciato sentiero della leggenda, che riporto così come da me è stata appresa, precisando che tale leggenda in ogni caso non ha mai subìto smentita. Narrano che il bisnonno del peroz fosse piuttosto ignorante e rincoglionito e che, quando si recò all’anagrafe per registrare la nascita di suo figlio, alla domanda “cognome?” fu preso da una paralizzante incertezza: Perozzi….o Cerozzi??
“senta..” disse all’ impiegato, “io non me ricordo quale dei due è giusto. me li può mettere tutti e due??”. Ecco come nasce una leggenda, di cui parleremo ai posteri qualora mitiche figure come Belzebù o Babbo Natale cadano nel dimenticatoio.
Nessuno usava mai Cerozzi, solo Perozzi, che per comodità e affinità fumettesche fu accorciato in Peroz.


mar 1 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – CHAPTER ONE

Teuz

Suo padre era un uomo di un metro e novanta, muscoloso, pelato-meglio-rasato, pizzetto, orecchino e sguardo truce. Nonostante l’aspetto era un uomo dotato di spirito e simpatia. La prese con simpatia, infatti, quando un giorno, mentre andava in macchina, fu fermato per ben due volte dalla polizia, fu fatto uscire dalla vettura e sdraiare a terra, faccia al catrame, il tutto perchè era identico ad un pericoloso evaso. Gli successe per ben due volte, ma la prese sempre con spirito e tanta, tanta simpatia.
La madre era una donna minuta, nell’aspetto, nell’orgoglio, nella capacità cerebrale. Sembrava l’incarnazione esile di un dubbio, sempre tentennamenti, mai una svolta. Amava fare regali “dubbiosi” al vecchio Peroz, una volta il calendario del Duce, un’altra la bandiera con l’effige del Che. Il Peroz non riuscì mai a mandarla a cagare. Diceva “Grazie..” e li appendeva, se no magari ci rimaneva male.
Insomma una coppia fantasticamente assortita, che scoppiò rischiando di uccidersi e di uccidere i propri figli. Che disgrazia, che disgrazia. Ma forse sarebbe stato meglio morire, almeno per qualcuno di loro. Ah già, gli altri figli. Il Peroz aveva una sorella e un fratello, più piccoli, ma se ne parlerà più avanti. All’età di 12 anni (del Peroz, ovviamente) questa coppia di scoppiati (ah ah) decise finalmente di separarsi, liberando così la prole dal peso di dover assistere a scene dense di una violenza verbale, ma anche intimamente fisica, come quelle dei loro, ahime, ormai troppo tipici litigi.


feb 16 2009

LA GRANDE STORIA DEL PEROZ – prefazione

Teuz

Conoscevo un tizio, un tale, una volta, e questa è la sua storia. Il Peroz.
Era un tipo normale in un mondo di pazzi a cui faceva comodo additarlo come anormale, sociopatico, per sentirsi meglio. Che poi lui fosse realmente anormale e sociopatico è un’altra storia, ma in effetti lo era. Lo era.
Non importa però.
Era umano. Era instabile. Ecco tutto. Forse una volta era stato un bambino carino dolce e premuroso. Forse lo era stato veramente. Di sicuro non è durata.